Angelo Antolino

Beirut stories

Ogni domenica il lungomare di Beirut si riempie di vita, quando le famiglie della periferia più povera della capitale si spostano in massa per trascorrere il pomeriggio a guardare le onde: donne velate con tessuti colorati tolgono il pranzo dagli involti, mentre gli uomini fumano il narghilé e i ragazzi si tuffano in mare dagli scogli. Sullo sfondo i grattacieli del centro città, il Beirut Central District, disegnano un mondo a cui la gente della periferia difficilmente ha accesso, la realtà di una capitale che sta tornando ad essere uno dei protagonisti della finanza, della cultura e del turismo del mediterraneo orientale. Poco lontano, su una delle strade che dal lungomare portano al centro, la facciata di un palazzo diroccato segna ancora il punto in cui nel 2005 una bomba uccise il primo ministro Rafiq Hariri, l’uomo che dopo la guerra civile plasmò Beirut per farla tornare la “Parigi del medio oriente”. L’immaginazione trascina l’uomo e lo spinge a realizzare le immagini da essa imposte, scrive J.-J. Langendorf in “Una sfida nel Kurdistan”: a venti anni dalla fine della guerra civile, Beirut rispecchia il desiderio dei libanesi di dimenticare un passato cruento e costruire un futuro prospero. Un desiderio forse ancora lontano dal realizzarsi. La differenza tra le centinaia di famiglie che ogni domenica passeggiano sul lungomare e i manager che lavorano nei palazzi blindatissimi del centro mostra come il Libano odierno sia ben lungi dall’aver sanato i contrasti economici e le divisioni confessionali che contribuirono allo scatenarsi della guerra civile. L’abisso che separa il centro di Beirut dalle sue periferie rispecchia una società sempre più frammentata tra le diciotto confessioni che la compongono. Il conflitto del 2006 tra Israele ed Hezbollah ha approfondito ulteriormente il divario; chi abita nella periferia meridionale della città, oggetto dei bombardamenti più violenti, vive in uno “stato nello stato” in cui Hezbollah provvede alla soddisfazione dei bisogni primari. Al contrario lo sviluppo del centro di Beirut ha subito una battuta d’arresto soltanto temporanea, e i turisti arabi e occidentali hanno ricominciato ad affluire in massa.