Angelo Antolino

La Strategia dell’attenzione

Questo lavoro fa parte del progetto “Non tutte le strade portano a Roma”?, al quale ho partecipato con Guy Tillim, Raphael Dalla Porta, Xavier Ribas e Giuliano Matteucci, in occasione dell’edizione 2007 di FotoGrafia Festival Internazionale di Roma. Il compito mio e degli altri fotografi era quello di svolgere un lavoro su un luogo specifico della Sabina che fosse rappresentativo di questa Terra.

L’abbazia di Farfa, fondata nel IV secolo, fu uno dei più importanti centri monastici europei durante il periodo di Carlo Magno. Sulla mappa dell’Europa alto-medievale, molto diversa dall’attuale, essa rappresentava un importante punto di riferimento politico e religioso. Oggi l’abbazia è rimasta praticamente intatta, e, cosa rara in Italia, è rimasto intatto anche il paesaggio circostante fatto di delicate colline coltivate ad olivi.

Ho scelto questo luogo perché in esso si possono ritrovare molti caratteri tipici della Sabina, tra cui una particolare atmosfera mistica, in un certo senso non prettamente religiosa. Questo posto, attualmente abitato da una comunità di appena sei monaci, mi ha permesso di sviluppare il tema della solitudine umana in luoghi un tempo al centro della Storia ed oggi così lontani da essa.

La strategia dell’attenzione

Nel momento stesso di tentare un commento che valga, almeno per me, come una prima presa di contatto con queste immagini di Angelo Antolino, mi guardo per un attimo le unghie. Ho visitato Farfa nell’agosto di quattro anni fa. Desideravo vedere quel capolavoro sconosciuto di fine ‘500 che si trova sulla controfacciata della chiesa abbaziale e raffigura il Giudizio Universale (una combinazione irresistibile del Tintoretto e Michelangelo quale solo l’incoscienza di un pittore nordico, capitato lì per sbaglio, poteva produrre); stavano girando, in un caldo umiliante, una puntata del serial televisivo Distretto di polizia. Quel giorno la faccia di vita di Ricky Memphis, ultimo dei borgatari a finire su Canale 5, aveva animato monaci e curiosi. Nella moderata frescura dell’interno della chiesa di Santa Maria, le luci del set rischiararono a giorno l’affresco per qualche minuto; in seguito, non sapendo cosa fare in attesa della corriera per Rieti, ero entrato e uscito nervosamente dalle botteghe dell’abbazia, l’emporio di ceramiche e la drogheria dei monaci (miele ed erbe purgative, cioccolate, tisane, liquori e creme per il corpo)…C’erano tutti gli elementi perché la giornata rientrasse in quei resoconti di viaggi nelle periferie raccontate, reinventate, alla fine degli anni ’80, dallo scrittore Gianni Celati e dall’obiettivo di Luigi Ghirri. Un paese che non esiste, che non ti aspetti. Quanto a me, ricordo di aver pensato all’insana idea di visitare la Sabina d’estate (!), sottraendo tempo e spazio al Mare Nostro. Il caldo ha fatto il resto, se ho deciso che non avrei più messo piede da quelle parti. Ma vi sono tornato con queste venti foto. Quando le ho viste ho capito che dietro questo sguardo attento, non prevaricante e, soprattutto, paurosamente privo di ambizioni, vi fosse una lunga disciplina, (subito dopo ho immaginato che da qui sarà possibile riprendersi per iniziare un viaggio in Italia: simmetrico e speculare a quello messo insieme, più di vent’anni fa, da diversi fotografi). Mi trovo nelle condizioni di poter rivendicare, con qualche orgoglio, di aver seguito Antolino per un tratto del suo tracciato universitario; specie nei primi anni che sono i più vivaci e sanamente devianti quando, tra corsi diseguali e pomeriggi infinitamente noiosi, nessuno si sognerebbe di studiare e si tracima nel Nulla. Angelo prendeva lezioni di fotografia e leggeva; provava ad interrogare i testi di prima mano, cioè le opere visitando musei, e quegli effimeri sotto-musei da riordinare che chiamiamo mostre. Di tutta questa zavorra, qualcosa rimane. Nell’Italia meridionale la festa del Santuario della Madonna dell’Arco è uno dei temi privilegiati da chi studia le culture popolari; meno noto, forse, è che esso costituisce uno dei passaggi obbligati per le vicende della fotografia a Napoli negli anni del terremoto. Su quelle immagini, Antolino ha costruito un lavoro di tesi: varata ufficialmente all’ombra di una cattedra di antropologia ma viziata, diciamo così, da un finissimo retroterra figurativo. Una volta laureatosi, egli non ha omesso di frequentare le lezioni - specie le esercitazioni di riconoscimento delle opere dove ciascuno, allievo e professore, stanno alla pari, al di qua della cattedra, e guardano verso lo schermo. Talvolta gli chiedevo di portare con sé qualche immagine, sua o di altri, su cui ragionare. Basta sfogliare un qualsiasi manuale per rendersi conto del residuo di diffidenza o, se si vuole, di ritrosia, (tipicamente accademica), ad accettare che anche le foto, di qualunque epoca siano, costituiscano un potenziale serbatoio artistico; e non soltanto testimoniale. L’antologia di Angelo includeva capolavori di Cartier – Bresson, di Joseph Sudek, di Kertesz (le cosiddette distorsioni) e, soprattutto di Martin Parr e di Salgado (che il più diffuso quotidiano italiano è ruscito, bon gré mal gré, a rendere persino popolare). Di questi maestri Antolino parlava con ragionevole deferenza, in punta di piedi; più interessante era quanto emergesse, implicitamente, su di sé e il suo lavoro di fotografo. Insisto su queste esperienze, (che incrociano felicemente la mia storia universitaria), perché Antolino è anche uno storico dell’arte (mancato?) e un conoscitore, che ha educato l’occhio per tempo. Del suo lavoro precedente conosco dei frammenti e, più organicamente, un reportage dall’Italia costiera, presentato alla scorsa edizione di FotoGrafia (Sulla spiaggia). Quella selezione era piaciuta ad amici di più facile contentatura. Ma io avevo un po’ penato nel vedere Angelo chino, come una verduta appassita, a rivisitare i padri del fotogiornalismo A distanza di uno, due anni da quell’antefatto, il ciclo di Farfa prospetta una rottura degli argini e un salto di livello. Avevo discusso con Angelo la possibilità di presentare la desolazione dei santuari moderni dei centri commerciali e provare a fermare lo scorrere delle ore nelle Sale Bingo, oggi impiantate nei cinema dismessi…però era stato impossibile ottenere i permessi. Ecco, allora, un teatro di guerra di tipo diverso, dove il tempo e lo spazio rivestano un carattere saliente e tutto interno. Di Farfa Angelo mi aveva parlato a Napoli, mentre percorrevamo via Scarlatti, la strada maestra di uno dei quartieri più ricchi e brutti che esistano. Mi aveva detto: ‘ci sono tornato su richiesta del committente. Ho lavorato negli esterni e, alla fine, mi sono concentrato su di un monaco benedettino’. Ho pensato al film di Philip Groening, Die Groesse Stille (Il grande silenzio, 2005), girato tra i monaci benedettini dell’Abbazia di Grenoble. Poi Angelo mi ha chiesto: che titolo daresti a questo lavoro? Gli ho risposto immediatamente La strategia dell’attenzione (futile calembour su di un residuo, non altrettanto innocuo, di vicende italiane svoltesi quando nasceva l’autore di questo anomalo diario dall’Alto Lazio). Temevo che, vincolato dal soggetto, Antolino si fosse messo a rifare i compiti sugli Antichi Maestri; che tagliasse le luci come un pittore caravaggesco o uno di quei poeti da interno dell’800; oppure, ancora, che giocasse a sgranare il rosario dei quadri sul tema del convento (dal Beato Angelico al ‘600 sivigliano fino alle tele certosine di Eustache Le Sueur, uno dei luoghi meno frequentati del Louvre). Per evitare una gara umiliante; per aggirare la tentazione del quadro; per provare, non a raccontare ma a presentare, bisognava tentare di dimenticare la pittura. La cosa più difficile del mondo. In questa sequenza di venti scatti che considero compiuta e compatta, il linguaggio di Antolino mostra un diverso controllo formale e sentimentale. Massima concentrazione espressiva. Multum in parvo. Per catturare il senso della durata che scandisce le occupazioni del monaco benedettino lo sguardo prende le misure. Impara la discrezione. Dimentica di saper fotografare (uno dei grandi musicisti del secondo dopoguerra, Miles Davis, raccomandava ai suoi turnisti di fare un passo indietro, facendo finta di non saper suonare). Questa strenua sottrazione, (che immagino difficile e persino dolorosa), appare risolutiva nel passaggio dagli esterni di notte, con la Casa delle Suore di Santa Brigida, al congedo del ciclo, imperniato su colui che prega e officia. Persino il gesto del monaco che indossa l’abito, (un omaggio non troppo velato a Cartier - Bresson), non diventa futile celebrazione dell’istante. Viste in sequenza, queste foto non raccontano niente. Vogliono, semmai, presentare un fatto o l’intenzione di un gesto che non si risolve…analogamente, gli esterni non sono che uno scenario vuoto, sgombro da ogni empito sentimentale. In ragione del fatto che non vogliono dimostrare niente: e sottolineo, NIENTE - neanche l’assunto, implicitamente didascalico del film di Goering, sul tema del contrasto tra il silenzio costruttivo dei monaci, (Tace aut loquere meliora silentio), e il rumore di Nulla che ci assedia; ebbene queste foto di Antolino manifestano una sorprendente intenzione di conoscenza. Qualcuno ha detto che la cultura è dimenticare ciò che si sa. E’ quando si dimentica la lezione dei maestri; è allora che quella lezione diventa operante. Angelo Antolino è nato a Napoli il 21 dicembre del 1979. Non ha ancora trent’anni.

(Stefano Causa)